Olmi parlava di Ipotesi Cinema come di «un’avventura esaltante, unica, gioiosa e indimenticabile». E così fu davvero.
Ermanno Olmi
La prima casa di Ipotesi Cinema fu a Bassano del Grappa. In una struttura messa a disposizione dal Comune prese forma una comunità fragile e intensa, fatta di tentativi, di domande, di incontri. Da lì nacquero i primi film e le prime visioni condivise.
Nel 1985, grazie al sostegno di Rai 1, quelle immagini uscirono dalla bottega e arrivarono al pubblico con la serie Di paesi e di città: dodici puntate che mostrarono un cinema diverso, lento, vicino alle persone.
Ipotesi Cinema nacque nel 1982 come un gesto semplice e radicale: creare un luogo in cui il cinema potesse essere imparato vivendolo, non studiandolo.
A immaginarlo furono Ermanno Olmi e Paolo Valmarana, che pensarono a una scuola senza cattedra, senza programmi, senza gerarchie. Una bottega, più che un’istituzione. Un’osteria, come amava dire Olmi, dove si entrava per lavorare insieme, raccontare storie, ascoltare, sbagliare, ricominciare.
Alla base di Ipotesi Cinema vi era l’idea che si potesse fare cinema senza apprendimento scolastico. I giovani che arrivavano alla bottega non venivano addestrati, ma stimolati: ad avvicinarsi alla cinepresa con uno sguardo libero, non conformato, capace di trovare forme nuove e personali.
Non si cercava la perfezione tecnica, ma la verità di un gesto. Il cinema veniva inteso come un atto di attenzione verso il reale, un modo per stare nel mondo prima ancora che per raccontarlo.
Ipotesi Cinema fu anche una ricerca etica. Osservare la realtà significava assumersi una
responsabilità: verso le persone, i luoghi, le storie incontrate. Le immagini non dovevano imporsi, ma nascere dall’ascolto, Il lavoro era sempre collettivo.
Tutti contribuivano alla realizzazione dei progetti: scrittura, riprese, montaggio, visione.
L’esperienza e la competenza di ciascuno trovavano senso solo nella condivisione, nel passaggio continuo di idee, mani, sguardi. Così la formazione diventava comunità, e la comunità diventava cinema.
Il cuore dell’esperienza fu il laboratorio collettivo chiamato Postazione per la memoria: un tavolo comune, reale e simbolico, attorno al quale si costruivano i film. Non c’erano ruoli fissi, ma una circolazione continua di responsabilità e di ascolto.
I maestri non insegnavano: condividevano tempo, esperienza, dubbi. Il sapere nasceva nel fare, nel guardare insieme le immagini, nel discuterle, nel lasciarle sedimentare.
L’obiettivo non era formare professionisti, ma autori.
Da quell’esperienza nacquero opere che continuarono a portarne lo spirito: Maicol, In coda alla coda, Quasi un anno, Io non ho la testa, Case, Domani, Tre storie. E nacquero autori che avrebbero segnato il cinema italiano, come Francesca Archibugi, Giacomo Campiotti, Mario Brenta, Giorgio Diritti, Maurizio Zaccaro, insieme a molti altri.
Ipotesi Cinema divenne, senza volerlo, una scuola riconosciuta anche fuori dall’Italia: un esempio raro di formazione come esperienza condivisa, più che come trasmissione di regole.
Nel 2002 l’esperienza si spostò a Bologna, ospitata dalla Cineteca di Bologna. Fu un ritorno naturale: dal fare alla memoria, dalla nascita delle immagini alla loro cura. Anche qui
Ipotesi Cinema continuò a esistere come comunità, come luogo di confronto, come laboratorio di sguardi.
Nel 2004 prese forma Osolemio – Autoritratto italiano, un film collettivo ideato da Olmi e curato da Mario Brenta, costruito come montaggio delle immagini prodotte durante il laboratorio. L’opera venne presentata come evento speciale alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
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